Roberto Casati legge Madre che resta di Patrizia Baglione
Pubblicato da Patrizia Baglione in Libri di altri autori · Martedì 24 Set 2024 · 4:00
Tags: Recensioni
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PATRIZIA BAGLIONE, Madre che resta, 
postfazione di Francesca Del Moro, Autopubblicazione, 2024, pp. 86, € 10,00,
ISBN 979-83-26141-24-8

La silloge Madre che resta autoedita a giugno 2024 è l’ultima raccolta di una giovane poetessa tra le più attive del panorama letterario italiano. Il tema di questa raccolta è la maternità, descrivendone la perdita del figlio.
Francesca Del Moro in una dettagliata postfazione scrive che “Separarsi dal figlio è come morire (Nella tua lingua muoio, / mi separo) ma è proprio nell’anelito alla dissoluzione si ritrova una possibilità di ricongiungimento… Le poesie di Patrizia Baglione … hanno il coraggio di attirare lo sguardo su una realtà che si tende a semplificare in favore di battaglie ideologiche. Vero è che la perdita di un figlio nel grembo, che sia accidentale o frutto di una decisione più o meno sofferta (e la voce che qui parla è riferibile a entrambe), può risultare in un trauma tale da sconvolgere la vita di una donna. Solo chi ha vissuto una simile esperienza sa quanto fosse profondo il legame che è stato spezzato.”
La parola resta il modo privilegiato di contatto con un rapporto definitivamente interrotto dal punto di vista fisico ma tuttora esistente nell’anima, tanto è vero che ancora si sente il pianto ed a questo punto anche la prima parola, mai detta: “mamma”.
A volte il pensiero è dolce:
“Vieni e ascolta
ho da dire veli di cicale,
canti eterei di dura bellezza…”
a volte il dolore presenta il conto accompagnato dalle poche tracce che rimangono:
“…
A restare, ricordo bagnato,
l’ecografia che attesta la tua presenza.
…”
È una poesia che batte sulla pietra, scava, momento dopo momento, raccogliendo attimi di una storia di cui non conosciamo i dettagli (la motivazione, ad esempio ma non ci interessa, non cambierebbe il senso di questo dolore) ma che riusciamo a sentire nostra, chiaramente definita nei testi brevi con parole taglienti.
Quell’abbraccio mai dato resta vivo nelle parole, anzi, attraverso le parole si nutre e ad ogni riga assume differenti significati (felicità, tristezza, tranquillità e forse ancora dolore) diventando l’attimo dopo il nuovo giorno di una “madre che resta”.
Fino a cercare, a trovare somiglianze:
“Mi somigli nei tagli delle mani,
lungo la linea della bocca,
fra lo spazio che ti rende vivo
e quello che ti distrugge”
che avvicinano una foto scattata in anticipo nel grembo e la propria immagine riflessa nello specchio: specchio che non sempre sarà fisico, molte volte sarà un gioco d’ombre dell’anima.
Così diventa necessario per sfuggire alle notti dei fantasmi cercare di andare tra le pieghe dei dubbi, capire i motivi del sentirsi inadeguata:
“Prova a ricordare le giravolte
in quegli abiti troppo adulti.
Tra le pieghe delle lenzuola,
danzare ci sembrava l’unica
cosa possibile…”
in momenti in cui era possibile andare oltre, cercando la mano del figlio da tenere stretta o forse da cui essere stretta, unica possibile opzione per andare oltre la soglia dell’ansia.
È un viaggio necessario a ricollegare corpo e anima, per riprendere il controllo, rigenerare l’appartenenza:
“Figlio, cammini scalzo
sul lato opposto delle stelle…”
entrando nella dimensione dei passi perduti, ritrovandosi dove sarà svelata la ragione più profonda del pianto.
È una poesia che svela le ferite:
“Sono un animale secondario
che si lascia accarezzare.”
ma che altrettanto si svela al lettore come portatrice di vita nuova, di una prospettiva che dalla notte libera sguardi nuovi sul giorno:
“Nascerò nuovamente donna
per partorirti davvero.”
È netta la scoperta della solitudine:
“…sono la pianta,
il tronco vuoto, la piuma
d’uccello che mai vola.”
ma pure in questo tempo abbandonato le parole riflesse nello specchio lasciano un nuovo calore al cuore
“…le stagioni, persino le più severe
si chinano di fronte ai bambini.”
Un libro che ho letto più volte, che ho approcciato anche con un certo timore, dato l’argomento trattato, argomento in cui l’umanità maschile è solitamente vista/messa in seconda fila. Da questo punto di vista direi un libro che racconta il dolore della perdita che seppur dal punto di vista fisico riguarda solamente la madre, dal punto di vista dell’anima riguarda certamente anche il padre.
Un libro di grande tensione poetica, così come scrive in conclusione Francesca Del Moro: “Imponendosi per maturità e misura, questi versi ci svelano la portata dell’amore e della perdita, portandoci a posare uno sguardo attento su un tema delicato e universale”.
“Abiteremo il pianto
noi, mai più divisi
vivremo sotto alberi
di cedro.
Tu, sarai la terra.
Io, madre che resta,
sorreggerò la croce.”
* Roberto Casati
