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Recensione a La neve impressa

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Recensione a La neve impressa

Roberto Casati – Poeta
Pubblicato da Mattia Cattaneo in Libri di altri autori · Giovedì 24 Ott 2024 · Tempo di lettura 5 minuti
Tags: Recensioni
MATTIA CATTANEO, La Neve Impressa, prefazione di Maria Concetta Giorgi, Architetti delle parole, 2024, pp. 77, € 12,00, ISBN 979-8873932931

La silloge La Neve Impressa,  edita a febbraio 2024, è l’ultima raccolta di Mattia Cattaneo, giovane poeta tra i più attivi del panorama letterario italiano, gestore tra l’altro del gruppo Facebook “Circolare Poesia”, nato con l’intento di diffondere la voce poetica.

Questa raccolta è l’omogeneo percorso che fonde le tracce, i motivi di un’assenza, il dolore per la perdita della madre, che ancora morde alle caviglie. Dentro questo percorso Mattia Cattaneo muove i suoi passi in tre definite stanze: il ricordo, la vita attuale, la speranza di un futuro.

Nella prima stanza “Anamnesi” il poeta riprende il dialogo interrotto, cercando nella memoria la madre perduta.
Esemplare la prima poesia della sezione a pag.18:

“All’ombra dei cassetti,
le stoviglie erano diventate pigre,
resistenti al corpo di una casa addormentata
lo sguardo disperso
come quello di un navigante col niente intorno
uno scompiglio tradotto in pianto
e restare con un cappotto pronto a fuggire
dalla frenesia del rito
dalla naftalina tolta dall’armadio

tienimi in braccio
resto fermo con il bandolo d’un filo.”

in cui Cattaneo si sente navigatore senza meta, con l’unica consolazione di sentire le braccia materne. Dal distacco di tempo ne è passato ma l’assenza brucia ancora forte nell’anima. Dolore che si conferma evidente nel testo a pag. 24:

“Il piatto vuoto
quel muro sconfitto
e due braccia appese
al filo della schiena
ancora acerba
di troppo dolore
da lasciare in ammollo
fin sopra il costato

ora prendo le chiavi di casa
e le lascio davanti alla porta:
c’è un vaso vuoto per ogni tuo rumore.”

in cui il poeta propone, con un escamotage, di facilitare il ritorno della madre, lasciando le chiavi appese alla porta e vasi vuoti in attesa di essere riempiti dai segni della nuova presenza. Tentando poi, pag. 26, di

“Ristabilire
il bianco e il nero
delle cose affrante
chiedendomi il perché
della notte che sovrasta il buio…”

consapevole che la neve sta per sciogliersi e le tracce sulla strada vuota potranno essere più definite, portando un nuovo calore al cuore.

Nella seconda stanza “Esilio” scelgo come esemplificativo il testo a pag. 30:

“C’era il suono delle tegole
slegate dal gelo asfittico
di un mattino incolore

timbrare il biglietto
salire sull’autobus
e ricordare la strada a memoria

senza ascoltare il rumore
delle voci di fianco alla mia
forse meno accesa
forse meglio spenta

le foglie ingiallite
continuavano
a depositarsi sotto casa.”

C’è in questa poesia la quotidianità dei gesti, lo scorrere del tempo mentre le foglie si accumulano sotto casa, ingiallite fino a marcire.

La visione a questo punto definisce un pensiero più risolto, pag. 32:

“Ho ascoltato
il lento declino del tuo
corpo mandato in esilio
ma ancora non ero abituato
a quella luce spenta
da un paio di lenzuola sfitte.”

Guardando l’immagine dall’alto, brucia un po’ meno la ferita, si fa un po’ più sopportabile il dolore. Altrettanto si può dire con il testo a pag. 36:

“…
sembravo un pesce all’abbocco
come lo stupore che non si dilegua
e il tuo dolce cullarmi
un proiettile sfinito negli anni a venire.”

C’è poi evidente una magia che a volte riporta a livello di “mito” immagini, sapori e odori che rimandano al tempo di noi bambini, pag. 43:

“…
questo pulsare luminoso
sembra
lo scoppiettio del ragù della domenica
il profumo che sale le scale
il sorriso di una madre
portato via da qui
…”

Forse a causa della mia personale esperienza di orfano di madre all’età di 25 anni, questa immagine mi ha colpito direttamente al cuore.

La terza stanza “Nevai” contiene il racconto di giorni nuovi a proteggere anima e cuore, cercando in essi quello stupore che a volte riesce a cicatrizzare le ferite, testo a pag. 51:

“I luoghi
custodiscono
lo stupore di quelli
che raccolgono da soli
le idee sfuggite
le finestre vive
al richiamo della notte

allungano fiori spioventi
e un pallone bucato sull’aia
spogliato delle grida dei bambini

due vicoli cechi
e quattro nuvole viola:
la pioggia infuria
sulle abrasioni dei muri.”

Così come la consapevolezza trova il modo di pacificare l’anima, pag. 56:

“…
mi tiene vivo
il saperti pacificare i morsi
che la vita ti ha dato
…”

arrivando a concludere, pag. 56:

“…
Non c’è mai qualcosa che si conclude.
Vive dentro chi continua a vivere.”

Nell’ultimo testo della raccolta, pag. 73, è la madre stessa a definire i termini di questa pacificazione, parlando di una assenza/presenza, di un continuo camminare:

“Vedi, qui non c’è una porta d’inizio e di fine, un varco o un muro, si avverte l’urgenza del cammino. Vigila sulla mia assenza, ovunque sono nei tuoi passi.”

In conclusione è evidente il senso delle tracce lasciate dal canto dell’anima sul lenzuolo bianco della neve. Ciò che rimane impresso è lo sguardo di ogni giorno, fuggito al senso di stanchezza, alla voglia di silenzio in un tempo che fa delle grida l’unica presenza.
La poesia, quando è vera, e quella di Mattia Cattaneo lo è certamente, svela a chi la legge angoli dell’anima da conoscere e riconoscere.


*   Roberto Casati



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