Recensione a Come armonie disattese
Pubblicato da David La Mantia in Come armonie disattese · Giovedì 31 Lug 2025 · 4:00
Tags: Recensioni
Tags: Recensioni
Roberto Casati | Come armonie disattese |
a cura di David La Mantia
La raccolta Come armonie disattese costituisce il coronamento di un percorso quarantennale di Roberto Casati, quasi un continuum degli elementi già presenti nella silloge d’esordio Amore e disamore (1984). Un confronto serrato, tematico, insieme etico ed estetico.
La silloge si staglia in quattro parti, a cui il poeta ha assegnato titoli evocativi, talora allegorici: Ho rubato i tuoi occhi (1), Corrotti sguardi (2), Rose nel vento (3), Scivola il tempo della luna (4). La poesia amorosa, di approccio lirico, è evidente nella prima parte, come nella poesia che dà origine alla sezione
Ho rubato i tuoi occhi
sulla linea del non visto,
dove la notte
non è più il pensiero perduto ieri,
dove il giorno
non è ancora il colore sui tuoi anticipi.
Sono rimasto troppo
davanti a te,
cercando con le dita
di sfiorare l’ombra
sugli angoli dimenticati.
Nel tempo che conosco da ieri,
sguardo
dato e ripreso
mille volte per sempre.
anche se non mancano esempi successivi nella quarta.
È ancora caldo
in questa obliqua stagione
a protezione degli sguardi
cicale stanche fanno concerto.
Sopra labbra sacrificate
intravisto dalla collina
il giardino è uno specchio
che spreme sangue dai frutti.
Sull’albero impreziosito
la melagrana sguardo di Dio
rosso seme di nuova vita
dentro una coriacea buccia
quella che hai rotta con un bacio.
La seconda parte, che ho preferito tra tutte, si incentra su canti di struggente eticità, testimonianza ed insieme memoria storica, ma soprattutto pagine di condivisione e solidarietà nei confronti delle vittime di sciagure naturali o della malvagità umana. Ecco, qui la versificazione diventa elegia pubblica, comune sentire, allegoria di un dolore che, come nel Saba de La Capra, è uno e solo uno.
Questo valore pubblico e civile trova piena conferma nella chiusura della silloge con un fulmen del poeta
“Io credo che la poesia possa essere
l’anima più sincera della società, lo spirito
più profondo della gente di buona
volontà, interessata al bene comune”.
Le Rose nel vento (terza parte) sono lampi di memoria che si fanno carne, come anche in Scivola il tempo della luna (quarta parte). Sono nostos, ritorni al passato, verso un amore, verso casa, verso la madre scomparsa, verso l’infanzia. Temi sovente pascoliani riassunti nell’immagine del nido.
Non manca, in questo testo così complesso ed articolato, la compagnia delle buone lettere, forse più concreta, incentrata nell’immagine tragica di Cesare Pavese.
A Cesare Pavese
Vale la pena
tornare indietro magari più vecchio,
superare la stanchezza e il freddo
e tornare sulla collina oggi
che nessuno ti aspetta.
Vale la pena fermarsi all’osteria
a scaldare mani e cuore
e tornare oggi che la nebbia risale,
nascondendo il volto del contadino
perso al mondo stanotte.
Vale la pena aspettare
che diventi urlo il segreto d’amore,
il sorriso biondo
della donna americana
che infine ti trapasserà il cuore.
Le fondamenta di questa nuova raccolta di poesie, sin da subito, sono infisse profondamente nel rapporto con l’amore, in ogni sua forma, e con la natura, quasi sempre sentita come luogo di purezza e perfezione e per questo sistematicamente soggetto alla minaccia esterna.
Un amore vero e per questo anche con componenti erotiche, di un amore carnale e potente
Sono fragili le impronte
che trovo seguendo il sentiero,
il Ticino di risate e sorrisi,
le tue labbra unico desiderio.
Nell’incompiuto percorso
il bello è toccarti il seno
e alzarti la gonna
facendo finta di niente.
Ciò che rimane è cuore ingenuo,
felicità inattesa,
impregnata d’umore
del segreto più grande.
Sei l’anima viva,
ombra che travolge
il silenzio del rosso in viso,
ansimare stanco
in questa strana maratona.
E così, in questo vortice di immagini, si riscontrano frequenti ondeggiamenti di senso, espressione dell’incomunicabilità, come nella seguente:
Poi, a volte, lente attenzioni
sfiorano le mie fragilità,
e ciò che rimane delle parole
è un’eco inutile di silenzio
È così che nascono i soliloqui poetici, nel viaggio vita e ricerca, nel pendolo delle relazioni, negli sguardi di dolore e pietà sulle tragedie contemporanee, nel chiedersi incessantemente se abbia senso attribuire un senso alle cose, nel dare vita alle memorie, nel trasformare la poesia in messaggi in bottiglia da offrire a chi verrà.
Si tratta nel complesso di liriche tese al superamento degli spigoli dell’esistenza, traversate in mare aperto alla ricerca di, quasi da Ulisse dei nostri giorni. C’è il sogno romantico della scoperta, c’è l’avventura, c’è l’immaginazione che non può avere fine, come in Leopardi. Ci sono gli occhi dell’amore, che si trasformano in profezia di morte e di perdita, come già negli amatissimi Cesare Pavese e Pablo Neruda.
David La Mantia
