Recensione a Carte di viaggio
Pubblicato da Gianni Antonio Palumbo in Carte di viaggio · Domenica 17 Set 2023 · 3 minuti
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Recensione a R. Casati, Carte di viaggio, Guido Miano editore, Milano 2015, Euro 18.
Carte di viaggio è un volume che raccoglie, coagulandole intorno a specifici nuclei tematici (Amore, Natura medicatrix, Memoria e Tempo), alcune liriche del poeta lombardo Roberto Casati.
La silloge sembra proporsi di fare il punto sulla scrittura di Casati e infatti le quattro sezioni sono accompagnate da brevi saggi di Guido Miano, Sandro Angelucci ed Enzo Concardi, orientati in un’ottica tematica e comparatistica. In appendice si leggono poi giudizi critici ascrivibili, oltre agli autori già indicati, a Elio Andriuoli, a Giuliano Ladolfi, a Giorgio Barberi Squarotti, Daniela Monreale, Roberto Carifi e Maria Teresa Massavelli.
Il titolo è quanto mai appropriato perché l’intera silloge appare leggibile nell’ottica di un’odeporica psichica, in cui al viaggio reale si affianca, sino a fondersi e confondersi con esso, la peregrinazione dello spirito. Quanto all’allure della poesia di Casati, il dettato è chiaro e comunicativo. Ci piacciono particolarmente distici come questo: “Barbara è il frutto del mio andare / il mistero del mio castello perduto” o versi quali “Roberto era il nome che scrivevi sulle pietre”.
Tornando al tema del titolo, nell’ottica di un viaggio è cantato l’amore e, dunque, leggere, nella prima sezione, che gli occhi siano “spalancati su Gibilterra” non sorprende. Il riferimento alle colonne d’Ercole, infatti, e ancora a Capo Horn, considerato il punto più meridionale del Sudamerica, è perfettamente in linea con uno dei motivi pervasivi della raccolta: il senso del limite. La “linea d’orizzonte”, gli occhi visti “cercare il limite oltre cui perdersi” o ancora il “limite del buio” segnato (forse, in futuro) dalle labbra, la “frontiera silenziosa dei brividi”, lo “sconfinare a nord-est” sono solo alcuni esempi dell’ossessivo ricorrere del concetto di limes. Emerge l’idea che l’esistere stesso, e in particolar modo l’amore (associato spesso al profumo), siano un’esperienza straordinaria, in cui l’uomo deve continuamente ridisegnarsi e superare i limiti che le circostanze gli e lui stesso si impongono. Certo, in questo viaggio qualcosa si perde, inesorabilmente, persino la percezione del limite stesso (il «limite perduto del vento da est» ne è una simbolizzazione).
Ecco perché altro elemento ricorrente nella poesia di Casati sono le “tracce” ed ecco ancora la ragione per cui il vento è presenza ancipite: concorre alla dispersione, ma può anche divenire alleato, se si fa messaggero della parola. La ricerca delle tracce è strettamente connessa ai motivi della Memoria (affioramento) e del Tempo (obliterazione).
Anche gli elementi della Natura sono riconducibili a presenze pressoché fisse. Casati predilige un immaginario notturno, forse perché, per dirla con Guicciardini, «gli uomini sono al buio delle cose». Oltre alla canonica luna e al firmamento, è molto attento all’elemento della marea, quasi onnipresente, che bene pure metaforizza le alterne vicende degli esseri umani. Molto importante è ancora la pioggia, che non ha valenza negativa, connessa com’è al profumo, all’atto di “regalare la purezza”, alla dolcezza di incontri e furtivi amorosi ripari (un topos della letteratura: si pensi a Enea e Didone). Una pioggia che non ingrigisce, dunque, ma crea un’atmosfera fatata, in linea con l’incanto dominante nella raccolta.
