Poeta ? no grazie - Le parole per dirlo
Pubblicato da Officine Letterarie Poesia 33 in Riflessioni e letture · Sabato 04 Ott 2025 · 6:15
Tags: Letture
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Sono Roberto Casati e vengo da Vigevano. Ho lavorato per 45 anni in ambito informatico, ma da sempre scrivo poesia. La mia prima pubblicazione è del 1984, l’ultima di quest’anno. La poesia è il mio modo di rapportarmi con il mondo, con chi mi sta accanto, è l’essenza che raccoglie parole e le trasforma mettendoci dentro un soffio d’anima. Parte dall’ispirazione cui fa seguito un rituale fatto di applicazione, lavoro di approfondimento, definizione, ricerca del verso e nel verso delle singole parole. A volte è anche fatica.
Credo che la poesia debba essere l’anima più sincera della società, lo spirito più profondo della gente di buona volontà, interessata al bene comune.
“La parola poetica come cura dal silenzio del caos”.
“Penso che la poesia sia necessaria, non utile”, scrive Chandra Candiani, e poi continua: “La poesia insegna a ricevere le parole, a farsi dire dalle parole, quindi è una faccenda di umiltà, di attesa, di spiazzarsi per non dire opinioni ma memorie antenate o fulmini intuitivi, lampi di futuro. È un dono e come tutti i doni può andare perduta o spezzarsi e come tutti i doni ci vuole gratitudine e ricettività e anche sapere che non ci appartiene. Mi sembra che l’esistenza stessa della poesia dica che il male è attraversabile e trasformabile. La poesia insegna a sostare e a perdere l’illusione del controllo”.
Eugenio Montale nel 1975 alla cerimonia in cui ha ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura, nel suo discorso di accettazione, partendo dal titolo: “È ancora possibile la poesia?” ha sviluppato questi concetti chiave:
- la vita include momenti inutili, opponendosi alla pianificazione rigida
- la poesia è un prodotto inutile ma non dannoso, i poeti sono sempre esistiti
- la cultura di massa ha ridotto il tempo per la riflessione personale
- la poesia autentica non si esaurisce nel tempo perché risponde ad esigenze universali, non al “qui e ora”
- la vera poesia, che rifiuta il mercato, sopravviverà rimanendo inutile, al di fuori di qualsiasi logica di profitto
Credo che questi concetti oggi vengano esattamente confermati, visto che viviamo in quello che ho definito “silenzio del caos”: un rumore di sottofondo continuo che tutto appiattisce e che per questo ci rende completamente sordi alle necessità del pensare, della riflessione sul senso delle cose e della vita.
In questa sequenza di attività in rigida pianificazione ogni momento non gestito risulta tempo perso, inutile. Invece quello è un tempo essenziale per mettersi in ascolto con il sé più profondo.
Ecco che allora la poesia diventa fondamentale. La poesia non ha alcun valore, o meglio non ha il valore che viene attribuito ad essa dal prezzo sul libro, non ha un valore sociale, ha un valore non quantificabile, ha un valore antropologico, in quanto l’arte e nello specifico la poesia ha come ruolo quello di mettere in contatto l’uomo con la propria coscienza.
Per quanto mi riguarda la poesia è lirica, è quel testo scritto soprattutto per parlare al singolo: la persona legge la poesia e la poesia parla alla persona in modo differente. La poesia mette al centro la persona, mettendola in relazione con sé stessa, anzi, con una parte di sé che non sapeva neppure di avere.
La poesia sorge per autentico miracolo, risponde ad una necessità del poeta.
Spesso si parla di mancanza di pubblico della poesia. Vero, perché la scuola non educa a leggerla, non fornisce gli strumenti per farlo, non presenta gli autori contemporanei. Si considera noiosa un’attività di cui si deve godere in solitudine e con lentezza.
Vi leggo ora alcuni testi inediti che vanno sotto il titolo “L’anima del mondo”. Un lavoro che ripercorre la memoria, partendo dal personale diventa storia collettiva. Nella memoria della fatica, della felicità vera, dei sorrisi e delle tristezze del cuore scopro l’anima del mondo, e questo per me è nient’altro che la necessaria cura del “silenzio del caos”.
*
Era giovane il tuo corpo
sulle carte confuse e sbiadite
distinguo appena la parola ostinata
seguo le tracce della spiaggia
di pietra ruvida accumulata a Ponente
poi raccolgo ciò che resta della gioia
stanchi i sorrisi nel soffio di vento
sulla sabbia il tempo inquieto che ci rimane.
*
Nel tempo delle incomprensioni
poggiata la delusione su sfondi diversi
il distante su una sgualcita veste
alla mattina raccoglievi i semi di gelso
un sorriso accompagnava le labbra
buttate al collo in un abbraccio
ricordi quando rubavo le stelle? poi finivamo
la festa a piedi nudi sull’aia - dietro l’orto.
*
La tenda sventolava
sullo sguardo dei passanti
nel ricordo gli scuri aperti
piegavano gli assolati sorrisi
stiracchiando le voci dei bimbi
oltre i saluti incompresi delle mamme
il colore del tuo costume non lo riconosco
dal doppiofondo ritorna viva la tua pelle.
*
Nel breve gioco del vento
si spostano pensieri - rotolano
avvolti al cantare delle cicale
è il tempo del maggengo
l’erba matura al sole giovane
è sorpresa come i nostri sguardi appesi
saluto la nave in partenza dal porto
ma non riconosco chi si volta per ricambiare l’addio.
*
È lontano l’ultimo temporale
il sole sordo ad insulti e preghiere
guarda negli occhi l’aria umida
sarebbe bello trovare
una vecchia cascina e fermarsi
a mangiare al riparo di fresche mura
poi darti un bacio prima di ripartire
sciogliere il nodo calato giù dal cielo.
*
Dal fondo della stanza
arrampicano lucertole su pietre mature
bruciano fragili attenzioni
sul sentiero dietro casa
le stelle e il canto dell’assiolo
davanti a noi sulla linea del vento le lucciole
nell’ombra che la luna rilascia
si muove la protezione tra silenzio e cuore.
*
Era la fatica del lavoro
venirti incontro la mattina presto
tagliare la nebbia con il vento
sfuggire alla catena del cane
come all’incontro delle parole
alla ricerca del sorriso in vetrina
quello che ascolto avvolge il brusio della strada
distese luci bianche appese all’insegna del bar.
*
Mi hai tenuto a fianco
senza l’ansia di contare i passi
costeggiato il fosso per la risaia
avrei voluto conservare le lacrime
e spettinarti in attesa del prossimo vento
nello specchio dei sogni
si alza l’airone e segna in cielo lo sguardo
che mi prende le mani e le tiene in silenzio.
*
In questo tempo che passa
perdo ogni giorno una sicurezza
gioco con l’orologio
tentando il recupero delle ore
aspetto la tua conferma per capire
se davvero ti ho fatto quel regalo
la necessità mi porta a tentare il salto
io che la vertigine la vivo già dal primo piano.
*
In questo cielo che rabbuia
inciampo tra pietre e nomi mancanti
gioco con la sabbia
tentando il recupero delle ore
aspetto la tua conferma per capire
se davvero ti ho fatto quel regalo
la necessità mi porta a tentare il salto
io che la vertigine la vivo già dal primo piano.
*
La casa dalle finestre chiuse
rilascia sguardi brevi
scivolano sulla sterrata passi lenti
definiscono l’andare delle ombre
quel segreto sottile che porterà all’oro
il colore ancora acerbo delle vigne
bimbi giocano nascondendo sorrisi
tra poco si aprirà la porta ai segreti dei nonni.
*
A volte capisco
quanto di trattenuto c’è
sul profilo occidentale
quel misto incrociarsi
fino al segreto delle conchiglie
nel rimasto mare apparente
sulla spiaggia su cui ti ho conosciuta
la sabbia deposita l’accento della tua voce.
